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06/08/2016

TROPPE COSE NON SAPETE DI NOI

Tecnologici, ma ansiosi. Condivisori incalliti, ma attenti alla privacy. Sono i teenager della Generazione K (dal nome dell'eroina di Hunger Games). Una ricerca dice tutto di loro
di Stefania Chiale

Le multinazionali inquinano, Google evade, Facebook ci spia! La voce critica della società ha tra i 14 e i 21 anni: è la generazione dei ragazzi nati a cavallo del millennio, tra il 1995 e il 2002. Odiano le grandi aziende - «non hanno valori» dicono - comprese quelle della Silicon Valley, che permettono di essere connessi sempre. Anche se tutti, un giorno, vorrebbero lavorarci.
Mentre ancora cerchiamo di definire i Millennials e litighiamo sulla loro collocazione cronologica, una nuova generazione avanza, e porta con sé paure, alcune contraddizioni e qualche bella scoperta. Digitali alla ricerca di rapporti face to face; 'condivisori' incalliti attenti alla privacy; consumatori globalizzati che vogliono essere protagonisti. L'economista e accademica inglese Noreena Hertz l'ha chiamata Generazione K. Kappa sta per Katniss Everdeen, l'eroina del film Hunger Games che combatte le ingiustizie per la sopravvivenza di un Paese governato dalla paura in un futuro apocalittico. L'ha scelta perchè rappresenta bene i sentimenti dei teenager di oggi: preoccupati del presente, spaventati dal futuro, in cerca di una soluzione. Noreena Hertz li ha ascoltati: la sua ricerca su 2000 ragazzi dai 14 ai 21 anni ha individuato le tendenze comuni di una generazione modellata su tre T: tecnologia, terrorismo e timore. E volta verso tre P: partecipazione, protezione e - sorpresa! - privacy.
«La generazione K ha un potere d'acquisto di 150 miliardi di dollari l'anno nelle sole Europa, Asia e Africa» secondo Adam Mack, responsabile per Europa, Medio Oriente e Africa di Weber Shangwick, una delle maggiori agenzie di comunicazione al mondo. Non è conveniente per un'azienda porsi la domanda di come attirare questi consumatori: è necessario. Per coinvolgerli è essenziale capire cosa stimino, in cosa credano, quanto siano diversi da chi li ha preceduti. E' la stessa attenzione richiesta alla società che li accoglie, alla scuola che li forma, alla famiglia che li cresce. Tre forze li stanno 'modellando'. La tecnologia, innanzitutto. I ragazzi nati dopo il 1995 sono la prima vera smartphone generation, o - se vogliamo - i primi veri nativi digitali. «L'86% di loro possiede uno smartphone, il 73% non potrebbe farne a meno» dice Noreena Hertz, che abbiamo incontrato a Milano in occasione del network PNC (The Power of New Culture) organizzato da Luisa Bagnoli, esperta in consulenza direzionale. E poi il terrorismo e il timore di non trovare lavoro: gli attuali teenager sono spaventati da questioni che a quell'età non dovrebbero essere predominanti. «La generazione K» spiega Hertz, che ovviamente si riferisce ai teenager occidentali «non ha avuto esperienza diretta di attacchi terroristici, ma è abituata alle immagini di bombe e decapitazioni sulla propria timeline di Facebook». Ed è cresciuta durante la peggiore crisi economica dell'Occidente dal 1929: «il 97% di loro è preoccupato per la disoccupazione, il 73% per i debiti».
Sono ragazzi ansiosi, immersi in un contesto che vogliono cambiare. Anche in modi contraddittori: «Solo il 6% di loro si fida dei brand globali, contro il 60% degli adulti. Ma tutti vorrebbero lavorare in Google. Sembrano più fiduciosi nella banche: forse ci vedono la protezione dei loro risparmi».
La prima generazione più abituata a toccare uno schermo che a voltare una pagina è attenta là dove gli adulti non si aspetterebbero: «il 67% dei teenager controlla scrupolosamente i setting della privacy sui social». Non a caso i ragazzi si stanno allontanando da Facebook, ritenuto troppo invadente, e avvicinando a Snapchat, che consente di inviare messaggi visualizzabili soll per pochi secondi prima di essere eliminati. C'è tuttavia una grande incoerenza in quest'attenzione: «Oggi i teenager ricercano la propria privacy esibendola, indagano la propria intimità ostentandola» riassume Guido Crocetti, presidente onorario del Centro Italiano di psicoterapia psicoanalitica per l'infanzia e l'adolescenza. «I giovani sono disorientati dal vuoto che sentono nella società. Ma hanno una risorsa: la tensione progettuale. Le grandi rivoluzioni antropologiche le hanno sempre fatte gli adolescenti. I teenager di oggi si muovono,e prima o poi troveranno qualcosa. Per tutti». La generazione cresciuta a selfie ed ego-post non è per forza selfish (egoista). Testa china sullo smartphone, ma attenti agli altri e a caccia di rapporti non virtuali: l'80% dei ragazzi intervistati da Hertz preferisce trascorrere il tempo con gli amici piuttosto che a casa da solo. Non è poco, nell'epoca in cui ci chiediamo se i social abbiano rimpiazzato la socialità. Quando sono soli di fronte agli schermi, i teenager cercano un contatto con il mondo, se possibile una connessione diretta, alla pari. Gli idoli di una generazione spiegano sempre tanto della generazione stessa. Quelli dei 14-21enni di oggi non sono più sportivi, cantanti, attori, ma ragazzi, come Felix Kjellberg, in arte PewDiePie, star di YouTube che si filma mentre testa videogiochi e intrattiene i suoi 44milioni di iscritti urlacchiando e parlando a ruota libera. Quando ha aperto il suo canale video Felix aveva 21 anni, oggi è lo youtuber più seguito e pagato al mondo (nel 2014 ha incassato 12 milioni di dollari). Felix ai teenager piace: è uno di loro. E loro potrebbero diventare come lui. Se vogliamo capirli dobbiamo partire da qui.